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Dalla seconda metà del Duecento il Borgo, primo fra i comuni liguri ed erede di uno spirito d'indipendenza che affondava le sue radici nelle origini dei vici aperti e autonomi, si era dotato di un corpus di Statuti che ne regolavano minuziosamente la vita punendo abusi e reati. La data dei documenti originali recuperati è quella del 20 marzo 1267, ma nell'intestazione si legge Capitula facta et emendata, segno che la stesura originale è precedente. Difatti la presenza di consoli in Apricale è anteriore, forse risale già al 1216. Nel 1246 governava ancora il podestà, tale Bertrando di Eza; Filippino conte di Ventimiglla manteneva il titolo di dominus Apricalis, e vantava ancora alcuni diritti.
Gli Statuti di Apricale constano di settantanove articoli nella prima edizione e di ottantasette nella seconda, riformata, del 1430. Vi si succedono, mescolate, norme di diritto civile, penale e amministrativo; i primi capitoli riguardano gli organi pubblici del Comune accentrati nella Giustizia, la punizione delle offese ai suoi rappresentanti e, più in generale, i crimini (dai minori all'omicidio) e le relative pene. Più avanti si precisano le funzioni dei pubblici ufficiali, l'uso del territorio nelle attività economiche, e i rapporti con gli abitanti dei paesi vicini e con i forestieri, e si forniscono anche alcune prescrizioni igieniche. Mancano fondamentali norme di diritto privato su questioni come i contratti di compravendita, i matrimoni e i testamenti, perché soggetti agli usi locali; soltanto le donazioni e l'usucapione sono brevemente regolate.

Storia del ritrovamente e salvataggio degli antichi statuti.

Il primo a studiare una copia degli antichi Statuti di Apricale, a trascriverli e a pubblicarne una sintesi fu lo storico di Ventimiglia Girolamo Rossi, che li aveva scoperti nel 1852 nell'archivio parrocchiale del paese, dove era conservata l'edizione originale del 20 marzo 1267 con aggiunte posteriori. Ma di questa copia del documento si persero temporaneomente le tracce. Nel marzo del 1944 il professor Nino Lamboglia, fondatore e direttore dell'Istituto Internazionole di Studi Liguri di Bordighera, riuscì a salvare una seconda copia originale degli Statuti che i tedeschi avevano destinato al rogo. Successivamente, nell'immediato dopoguerra, il professor Lamboglia ritrovò nella sede comunale la copia studiata dal Rossi. Quest'ultima, denominata Codice A, è la più antica, e contiene il testo originario e le aggiunte, scritte da mani diverse, fino al1288. Si tratta di un fascicolo di 22 per 16 centimetri, legato in pergamena, di 16 fogli e due quinterni per la parte originale del 1267, più 5 fogli e un quinterno per le aggiunte del 1288. La copia salvata nel 1944, chiamata Codice B, contiene il testo del 1267, la riforma del 1288 e le aggiunte successive fino al 1309. Misura 19 per 14 centimetri e consta di 32 fogli foderati con una pergamena di altra provenienza.
Nel 1430 gli Statuti vennero profondamente riformati. Anche di questa edizione sono state ritrovate due copie originali; la seconda contiene anche le aggiunte dei capitoli introdotti posteriormente, fino alle 14 rubriche in volgare scritte nel 1477 da Cristoforo Fiore. Girolamo Rossi, in calce alla sua trascrizione, cita le ultime modifiche e conferme agli Statuti avvenute nel 1552 e nel 1610. L'ultimo studio degli Statuti in ordine di tempo è stato condotto da Petracco Siccardi e Marco Cassini, che hanno pubblicato una descrizione sommaria dei contenuti.

 


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