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Apricale vanta un numero di Chiese e cappelle campestri molto
elevato.
La loro presenza é costante nel territorio sia nel
paese sia nelle campagne, a testimonianza di una fede ben
radicata nella popolazione nel corso dei secoli.
In questa sede cercheremo di effettuare una panoramica sintetica
dei principali edifici religiosi visitabili in paese
o nelle immediate vicinanze.
Ulteriori approfondimenti li potrete trovare all'interno del
libro "Apricale" di Enzo Bernardini, edito
da Blu Edizioni, in vendita nelle migliori librerie e ad Apricale
in diversi punti vendita (per maggiori informazioni vedere
la pagina News ed Eventi).
Chiese in paese
Chiesa Parrocchiale della Purificazione
di Maria Vergine.
E'
la principale del paese, situata in posizione centrale
e scenografica, davanti alla "Torracca"
- la piazzetta che domina la piazza principale del borgo.
Il suo aspetto odierno é il risultato di numerosi rifacimenti
e ingrandimenti che a partire dal Duecento ne hanno mutato
sia l'orientamento sia la dimensione.
Gli ultimi interventi edilizi risalgono al 1760 con la trasformazione
in stile barocco. Secondo la tradizione locale, il
precedente edificio seicentesco venne in parte demolito e
il suo orientamento ribaltato in modo che la facciata prospettasse
sulla piazza e il fianco destro corresse parallelo al Castello.
Arredi interni e finiture richiesero un altro decennio e furono
conclusi grazie al concorso economico della popolazione.
La facciata a salienti é stata rifatta in stile
neoromanico nel 1935.
Il portale centrale e' sovrastato da un rosone che accoglie
il moderno mosaico raffigurante La Purificazione di Maria
vergine e la Presentazione al tempio, mentre sopra
i portali laterali si aprono due finestre le cui vetrate rappresentano
San Luigi e Sant'Agnese.
I portali sono opera di Giovanni Viale (1893). Davanti
al sagrato, sulla ringhiera dirimpetto la piazza spicca la
moderna scultura dell'Albatros di Enzo Pazzagli.
Nel luminoso interno a tre navate, divise da due file di quattro
pilastri ciascuna, colpisce immediatamente la gradevole pavimentazione
a mosaico eseguita nel 1903 da Giuseppe Tamagno; anteriori
di un anno sono le decorazioni ad affresco delle volte con
figure di santi e motivi floreali, dovuti alla mano di Leonida
Martini.
Le finestre che si aprono sulla navata sinistra sono ornate
da vetrate realizzate all'inizio del Novecento a Parigi e
dedicate a San Vincenzo, all'Immacolata, a Santa Margherita
e a San Giuseppe.
Le pregevoli stazioni della Via Crucis ottocentesche
in gesso dipinto, provengono invece da Nizza.
I dipinti esposti invece sono anonimi da di buona fattura
e risalgono alla fine del Settecento e all'Ottocento.
Altre interessanti informazioni sulla chiesa parrocchiale
le potrete trovare come detto nella guida su Apricale.
Da tenere presente che la chiesa é aperta soltanto
in occasione delle funzioni religiose.
Un cenno particolare va fatto per il campanile della
parrocchiale, separato dalla stessa a cui é interamente
dedicata una pagina
del sito, alla quale si rimanda.
L'Oratorio di San Bartolomeo.
L'Oratorio
domina anch'esso la piazza principale del borgo e si eleva
sopra la doppia arcata della fontana, prospettando la sua
facciata di fornte al giardino pensile del Castello e alla
Chiesa Parrocchiale.
La sua costruzione risale agli inizi del Cinquecento,
quale sede della Confraternita omonima, che era solita festeggiare
qui sia la ricorrenza del Santo (24 agosto) sia quella della
Madonna della Neve (5 agosto).
Nel settecento si provvede a intonacarlo e probabilmente a
decorarlo in forme barocche.
La semplice facciata é scandita da quattro lesene con
capitelli corinzi, ai lati del portale sovrastato da
un grande oculo ellittico; l'alto campanile
é a vela centrale. L'edificio presente un'unica
aula rettangolare con copertura a volta; le sobrie decorazioni
sono barocche.
Nell'interno sono conservati due pregevoli dipinti antichi.
Sulla parete di destra é stata collocata la tavola
dipinta a olio che raffigura Sant'Antonio Abate proveniente
dalla chiesa cimiteriale.
Il restauro del 1960 ha restituito al dipinto la sua freschezza
originale, i delicati colori e la finezza dei tratti del volto
del santo, che appare seduto su uno scranno dalle rigorose
forme geometriche, coronato da un semplice cartiglio dai lembi
arricciati. Il santo veste abiti monacali, con il saio e il
mantello scuro recante il simbolo "T" della croce
commissa, o Tau. Il volto barbuto é sereno, molto ben
delineato, tanto che si é pensato alla mano di Ludovico
Brea o della sua scuola.
La tavola, anonima, viene datata ai primi del Cinquecento.
Sopra l'altare maggiore spicca il pollittico a sei scomparti
a predella inserito in una cornice lignea intagliata rettangolare,
con colonnine tortili e baldacchini dorati posti a separazione.
Al centro é raffigurata la Madonna della Neve col
Bambino e fedeli; tra i quattro penitenti dipinti in basso
vi é anche il committente del pollittico vestito di
rosso.
Ai lati vi sono le figure di San Bartolomeo (a sinistra)
e San Lorenzo in veste di giovane diacono, con la palma
e con lo strumento del martirio (la graticola). Un'iscrizione
informa che l'opera fu realizzata il 2 marzo 1544 per volere
di Micaelis Casini (Cassini) de Brigali. Nei registri superiori
vi sono i riquadri della Pietà al centro, con
il Cristo seduto sul sepolcro, e la Madonna e San
Giovanni ai fianchi, e lateralmente l'Arcangelo Gabriele
e l'Annunziata.
La predella presenta il Cristo affinacato dai dodici apostoli.
Alla realizzazione del pollittico concorsero piú artisti,
forse attivi in zona; il livello del pollittico é difforme,
pregevole sopratutto nelle figure dei due santi laterali,
specialmente di San Lorenzo, il cui felicissimo volto
e l'elaborato drappeggio dell'abitoricordano lo stile dei
Veneziani dell'epoca.
Nell'Oratorio sono custodite le statue di San Bartolomeo
e della Madonna della Neve, quest'ultima opera del 1849
del genovese Paolo Olivari, acquistata pe la somma
di 650 lire.
Le pareti hanno restituito tracce di decorazioni anteriori
alla decorazione barocca. L'Oratorio é aperto solo
nei mesi estivi, ma se si vuole visitarlo é sempre
meglio chiedere prima le chiavi in Comune.
Chiesa cimiteriale di Sant'Antonio Abate.
L'origine
di questa chiesa cimiteriale, dedicata al santo patrono
di Apricale, é duecentesca, ma dell'edificio originario
rimane integra soltanto l'abside in conci di arenaria, decorata
in alto da una fila ininterrotta di archetti pensili che Nino
Lamboglia definisce di tradizione romana.
Attorno alla chiesa si estendeva un cimitero, così
come era avvenuto in precedenza nel campo antistante San Pietro
in Ento e come avvenne presso la cappella di San Martino,
in quanto la chiesa parrocchiale di Santa Maria Alba non disponeva
di spazi idonei alle sepolture.
Anche l'aula rettangolare ricalca le misure originarie, ma
fra il 1771 e il 1776 fu sottoposta a ristrutturazione per
il grave stato di degrado in cui versava; insieme fu rifatto
anche il tetto e restaurata la sobria facciata seicentesca.
L'interno, scandito in quattro campate più l'abside,
é custode di importanti opere d'arte antica. L'abside
é decorato ad affresco con la figura centrale del Cristo
in mandorla (cioè racchiuso tra due archi di luce
che formano una grande aureola ellittica, appuntita in alto
e in basso, sintesi di apoteosi e gloria), assiso in trono
e con i piedi nudi e divaricati.
Il registro inferiore é occupato da cinque riquadri
rettangolari: al centro c'é Sant'Antonio abate,
ai lati coppie di santi, fra cui a sinistra San Bartolomeo
con il coltello della scarnificazione in mano e a destra san
Zeno con il pesce e il libro.
Gli affreschi sono in parte deteriorati, ma é possibile
leggervi uno stile ritardatario di tradizione medievale, databile
intorno alla prima metà del Quattrocento, anche se
non mancano valutazioni che anticipano l'esecuzione degli
affreschi alla fine del Trecento.
I due altari laterali sono ornati dalle tele della Discesa
dello Spirito Santo sulla Vergine e gli Apostoli (a destra)
e della Pietà fra Santa Lucia e Sant'Agnese,
attribuiti al pittore Bartolomeo Asmio di Sanremo, un artista
poco noto ma dotato di buona tecnica, di cui si hanno notizie
sopratutto come restauratore (intorno alla metà del
Settecento risulta attivo nella Chiesa di Santa Maria degli
Angeli dove realizzò il ciclo dei Misteri del Rosario
e a Isolabona nel santuario di Nostra Signora delle Grazie).
Alle pareti della chiesa si possono inoltre ammirare altre
tre grandi tele d'Inizio Seicento dovute alla mano di un medesimo
anonimo pittore, in precedenza esposte nella chiesa parrocchiale
della Purificazione e commissionate dal prevosto Giovanni
Marazzano, officiante in Apricale dal 1605 al 1651 (raffigurato
in basso nei tre quadri).
Sulla parete a destra é raffigurata l'Adorazione
dei Magi, e su quella di sinistra si trovano la Natività
con San Gerolamo e santi e l'Incoronazione di Maria
Vergine fra santi e anime (con un'iscrizione che cita
il prevosto e Imperiale III Doria, signore di Dolceacqua tra
il 1597 e il 1625).
Notevole anche la statua lignea di Sant'Antonio Abate
che reca la data del 1640. La chiesa cimiteriale é
normalmente chiusa; per visitarla é necessario rivolgersi
al Comune. A circa una decina di anni fa, risale l'opera di
restauro fortemente voluta per la popolazione apricale, il
Comune e la Pro Loco legata alla pavimentazione, agli arredi
interni nonché alla copertura, segno di una fede ancora
ben radicata e di un forte attaccamento alle proprie origini,
tradizione e patrimonio degli abitanti.
Chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Sorge
ai margini inferiori dell'abitato, lungo la mulattiera che
conduce a Isolabona, sopra un rilievo roccioso e incassata
nella valletta a poca distanza da un torrentello tributario
del Mandancio, il rio San Rocco.
Sulle sue origini non ci sono né documenti né
certezze, soltanto ipotesi. Poteva essere una cappella porticata,
luogo di sosta lungo l'itinerario che risaliva la valle, oppure
una cappella addossata a un posto di guardia, posta a difesa
dell'accesso meridionale del Borgo. La prima menzione scritta
risale al 1520 e si trova in un lascito testamentario.
La facciata della chiesa é a capanna e presenta una
grande arcata a tutto sesto recintata da una cancellata, probabi,mente
eretta nel 1739, data incisa sopra il muretto su cui poggia.
L'unica aula rettangolare absidata, é addossata sul
lato amonte, a un piccolo edificio attraversato da un portico,
chiuso tra il fianco destro e la rampa a gradoni della mulattiera
che scende dalla provinciale. Un piccolo campanile triangolare
si innalza dall'angolo sinistro dell'abside.
L'interno suddiviso in tre campate chiuse dall'abside, é
interamente affrescato da una eccezionale serie di pitture
realizzate fra il XV e il XVII secolo, che rappresentano il
ciclo pittorico più sintetico e continuativo
delle tendenze artistiche presenti nell'estremo Ponente Ligure
e nelle Alpi Marittime. Si tratta di una straordinaria rassegna
di stili e tendenze che copre quattro secoli, cui si devono
aggiungere riprese e ritocchi ottocenteschi. Il restauro avvenuto
nel 1989-1990 a cura della Sopraintendenza per i Beni Artistici
e Storici della Liguria é stato diretto dal dott. Bruno
Ciliento, cui si devono le realzzazioni critiche relative
alle diverse fasi,di cui riportiamo le più salienti.
Provvidenziale nello stesso periodo, il concorso economico
dell'intera popolazione apricalese, del Comune e della Pro
Loco per il restauto del tetto e della pavimentazione della
chiesa.
La volta della prima campata, divisa in quattro spicchi rettangolari,
é ornata dalle figure dei Dottori della Chiesa.
E' il ciclo più pregevole, risalente ai primi decenni
del Cinquecento. Nell'arcata che divide la prima dalla seconda
campata compaiono gli stemmi dei Doria e dei Grimaldi.
La seconda campata, pure suddivisa in quattro spicchi, contiene
il dipinto ritenuto più antico per via dello stile
ligure-piemontese di matrice tardogotica, un poco ingentilita
dai modi del Canavesio, l'Incoronazione della Vergine (databile
nella seconda metà del Quattrocento).
Più evoluti stilisticamente e culturalmente le vicine
figure degli Evangelisti Matteo, Marco e Luca, di esecuzione
di poco posteriore, ma già vicine alle innovazioni
rinascimentali.
La terza campata é decorata da Scene della vita
della Vergine, risalenti alla seconda metà del
Cinquecento. L'abside presenta Episodi dell'Infanzia di
Gesù circondati da figure di Angeli e Virtù,
dipinti quasi certamente nel 1640, quando il triburio venne
innalzato e decorato. L'abside accoglieva già un ciclo
di affreschi che, con l'occasione, furono ripresi e arricchiti
dai riquadri della Pentecoste e della Fuga in Egitto. Bruno
Ciliento ha rilevato una forte influenza della pittura di
Giovanni Cambiaso (1475-1579), che decorò le sale del
Castello Doria di Dolceacqua.
Le pareti laterali sono occupate dal ciclo dei Misteri del
Rosario, in piacevole stile tardobarocco, opera dei pittori
Bartolomeo Asmio di Sanremo e di Antonio Semeria di Coldirodi.
Il risultato é notevole, sia per la tecnica che per
la modernità dello stile; particolarmente felice la
Crocifissione. Ulteriori ritocchi alle ptture parietali furono
eseguiti da Luigi Capoduro a metà Ottocento e da Leonida
Martini ai primi del Novecento, rispettando il lavoro di chi
li ha preceduti.
Il grande altare ligneo risale al Cinquecento e proviene da
un'altra chiesa, forse la parrocchiale; risulta infatti essere
sproporzionato allo spazio disponibile. L'indoratura fu rifatta
nel 1686 ed é attualmente in attesa di un necessario
intervento di restauro. Per visitare la chiesa occorre ritirare
le chiavi presso lo I.A.T., la Pro Loco o il Comune. Da segnalare,
poco distante, al fondo della valletta, la caratteristica
fontana del Pozzo, realizzata nel 1852 e coperta da tre volte
in pietra: sotto la prima ci si forniva d'acqua, sotto la
seconda si abbeveravano gli animali, sotto la terza venivano
lavati i panni (ancora oggi vi potrebbe capitare di incontrare
Eleonora, l'ultima abitante ad utilizzare ancora gli antichi
lavatoi per la loro originale funzione).
Chiesa di San Pietro in Ento.
Si
tratta dell'edificio religioso più antico - anteriore
alla stessa nascita del Borgo - di cui oggi rimangono solo
i ruderi, che si trovano isolati su un poggio affacciato sulla
Val Nervia, lungo l'antica strada che conduceva a Pigna, a
oltre 3 km dall'abitato. Oggi sono inclusi in una proprietà
privata e non sono visitabili, ma ne diamo ugualmente una
sommaria descrizione per la loro straordinaria importanza.
Nell'XI secolo questa chiesa fu la prima parrocchiale dei
villaggi rurali circostanti, loro primitiva pieve dedicata
a San Pietro e affiancata dal cimitero.
Il toponimo Ento potrebbe riferirsi al convento benedettino
da cui trasse origine, infatti la zona di San Pietro viene
tuttora chiamata dai locali U Cunventu.
Poiché si sa che nel 1166 il priorato di San Michele
di Ventimiglia possedeva beni nel territorio di Apricale,
é plausibile riconoscere in San Pietro una sua dipendenza.
Di certo si sa che nel 1230, sullo spiazzo antistante la chiesa
che domina un fertile anfiteatro sistemato a fasce
di uliveto, si radunò il Parlamento di Apricale
per la nomina di un giudice di pace; la chiesa é citata
negli Statuti del 1267 e, nonostante il suo progressivo abbandono,
viene ricordata nel Cinquecento in alcuni lasciti per mettere
rimedio alle infiltrazioni d'acqua nel tetto. Nel Seicento
il parroco di Bordighera aveva giurisdizione sulla chiesa
e nel Settecento un priore era ancora incaricato della sua
manutenzione e il camposanto serviva ancora il Borgo (l'attuale
cimitero infatti ha iniziato la sua funzione dala fine del
Settecento).
Poi ogni notizia sull'edificio cessa.
Ormai si tratta da un rudere ricoperto di edera e altri rampicanti,
e invaso all'interno da rovi ed erbacce, ma i muri superstiti
rilevano la sua originaria struttura romanica. La facciata
é parzialmente crollata insieme alla parete laterale
sinistra e al tetto, mentre quella a destra e l'abside semicircolare
sono ancora in piedi.
La muratura é formata da corsi regolari di blocchetti
squadrati di arenaria di dimensioni diverse; nella parete
destra si aprono due porte, una piccola con arco a tutto sesto
presso l'abside, l'altra maggiore in corrispondenza della
prima campata, rifinita con un arco falcato.
Due piccole finestre quadrate recano traccia di archetti pensili,
mentre l'abside é aperta da due monofore contornate
da blocchi di tufo.
Qui finisce la rapida e non certamente esaustiva carrellata
delle principali chiese del paese.
Per un'analisi piú approfondita al riguardo si rimanda
alla lettura del libro "Apricale" di Enzo
Bernardini, edito da Blu Edizioni, in vendita nelle migliori
librerie e ad Apricale in diversi punti vendita (per maggiori
informazioni vedere la pagina Eventi e News).
Numerose sono poi le cappelle campestri, alcune di antichissima
origine, distribuite nei dintorni di Apricale e possono rappresentare
altrettante mete per brevi escursioni e per completare la conoscenza
dei monumenti religiosi del comune.
Vediamo le principali:
Cappella di San Vincenzo.
Lungo la provinciale per Perinaldo, a circa 1 km dall'abitato,
sorge la cappella di San Vincenzo Ferrer, di origini cinquecentesche
ma trasformata in seguito in forme barocche.
La facciata quadrata, incorniciata da due lesene laterali
e sovrastata da un'edicola centrale con la statua del santo
entro una nicchia, é occupata da una grande apertura
ad arco a tutto sesto chiusa da una cancellata.
Cappella di San Martino.
Lasciata alle spalle la cappella di San Vincenzo, proseguendo
per la strada provinciale per Perialdo, si giunge in vista
del ponte Cannone che attraversa il torrente Mandancio. Si
svolta a sinistra e si percorre lo sterrato fino a incontrare,
dopo alcune centinaia di metri, due ponti affiancati, l'uno
antico e l'altro moderno.
Si svolta a sinistra e, poco oltre, nella vegetazione, si
scorge sopra la strada la cappella di San Martino.
Anche questo edificio era un probabile pieve romanica con
annesso cimitero, ma le prime notizie scritte circa la sua
esistenza risalgono all'inizio del Cinquecento. All'inizio
del XVII secolo il cimitero fu ristrutturato, poi seguì
un lungo periodo di degrado e l'abbandono nella seconda metà
del Settecento. La semplice facciata a capanna presenta
l'ingresso affinacato da due finestrelle e sovrastato da una
finestra curvilinea.
Nell'unica area rettangolare, ormai priva di copertura, é
interessante osservare nel catino dell'abside, in un'apertura
dietro l'altare, parte degli affreschi ben conservati, in
apparenza cinquecenteschi, coperti dall'intercapedine anteriore
che vi si appoggia. All'esterno l'abside mostra la bella struttura
muraria in grossi conci d'arenaria coronati da una fila di
archetti pensili. In passato, nei pressi della chiesa, sul
vicino poggio delle Ruve, sarebbero state scoperte alcune
tombe antiche, forse romane.
Cappella di San Rocco.
Situata a nord del Borgo, vi si arriva risalendo via San
Bartolomeo sino alla dorsale collinare in cui si incontra
la strada panoramica del Feoga (di circonvallazione che dalla
provinciale per Baiardo si collega alla strada interpoderale
per San Pietro) e di qui si segue la stessa verso sinistra.
Fu costruita lungo l'antica mulattiera per Pigna e viene ricordata
già in un testamento del 1576. Dedicata al santo protettore
delle pestilenze, presenta la semplice facciata rettangolare
con due lesene agli angoli.
La porta centrale, ha due finestrelle ai lati e un oculo superiore
ed é sovrastata da un frontale curvilineo che nella
nicchia della provvidenza centrale conserva una statua del
santo.
Purtroppo la cappella ha subito nel tempo un lento degrado.
Cappella di Moudena.
Escursione classica molto frequentata, che percorre l'ampia
mulattiera diretta alla regione Moudena e a Perinaldo, indicata
con segnavia rosso e bianco.
Per arrivarvi si parte dal viale delle Rimembranze quindi
si passa presso il campetto sportivo e si prosegue la discesa
tra terrazzamenti e incolti, incontrando i ruderidi due frantoi.
Poco oltre si raggiunge l'antico ponte romano di pietra a
schiena d'asino di Cian deu Murin (piano del
mulino) e proseguendo nel Boschetto si segue la mulattiera
sino ad arrivare in prossimità di alcuni fabbricati
rurali.
Aggirato un costone il percorso prosegue in salita e si incontrano
i primi castagni della regione Moudena, che poi si infittiscono
fino al moderno santuario dedicato nel 1945 alla Nostra
Signora di Monte Carmelo.
L'edificio circondato da una vasta area prativa, presenta
una semplice facciata a capanna e un campaniletto cuspidato
che s'innalza sul retro.
P roseguendo per circa una mezz'ora si arriva poi sulla carrozzabile
per Perinaldo, che dista da questi circa un altro quarto d'ora.
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